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La magia del teatro incontra la didattica: un caffè con il Prof. Lorenzo Fileppo

  • Immagine del redattore: Annalisa Carru
    Annalisa Carru
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min


Spesso accade che un semplice caffè si trasformi in un incontro davvero arricchente e significativo. E' quanto è successo a me durante l'intervista a Lorenzo Fileppo, docente di lettere presso la scuola secondaria di primo grado. Sono, quindi, orgogliosa di condividere con voi questa seconda uscita del mio blog, che ci restituisce l'immagine di una scuola dinamica e coinvolgente oltre che al ritratto di un professore competente e appassionato.


  • Se dovessi presentarti senza utilizzare le parole “professore” e “teatrante” come ti racconteresti?

    Se dovessi utilizzare un’espressione sarebbe “professionista dell’educazione”, perché l’insegnamento non è solo vocazione ma è anche una professione e come ogni mestiere è soggetta a tutta una serie di diritti e di doveri. C’è una dimensione emotiva molto forte, certamente, ma non dobbiamo dimenticare che è un lavoro.

 

  • C’è stato un momento in cui hai capito che il teatro non sarebbe stato solo una passione, ma un modo di guardare il mondo?

    Sì, durante il periodo universitario, quando ho approfondito lo studio e la conoscenza della storia del teatro e della drammaturgia, in particolare quella antica. Proprio studiando la tragedia greco latina ho arricchito la mia visione del mondo. Il contatto profondo è avvenuto in quella fase.

 

  • Mi è capitato di assistere ad una tua lezione di epica, tenuta con un’esercitazione teatrale. Secondo te, del tuo modo di insegnare, qual è un tratto specifico che ci mostra il teatro non come una semplice attività, ma come un vero e proprio modo di fare scuola?

    La quotidianità: nel senso che il mestiere dell’insegnante è equiparabile a quello dell’attore davanti ad un pubblico. Il mio è un pubblico non pagante, che sta seduto su seggiole di legno anziché su comode poltrone di velluto rosso, ma è comunque un pubblico e come tale lo considero. Quindi, prima di usare il teatro su di loro come mezzo didattico, lo applico al mio modo di essere insegnante.


  • Ti sei laureato con una tesi sul teatro e ti sei occupato di promozione del teatro antico presso le scuole di Milano. C’è qualcosa che, secondo te, gli autori antichi continuano a insegnare ai ragazzi oggi?

    Tutto. Innanzitutto, mostrano dei personaggi che sono verosimili. Tutti i personaggi delle tragedie antiche sono perfetti e imperfetti al tempo stesso. Non sono mai idealizzati totalmente, non sono mai scellerati totalmente, come ognuno di noi. Quindi un’opera antica è uno specchio. Ogni singolo dramma antico, a diverso titolo, ci mostra una sfaccettatura di noi. Sempre.

 

  • Si dice spesso che per coinvolgere gli studenti bisogna essere creativi. Tu sei d’accordo? E a cosa deve necessariamente accompagnarsi la creatività, perché la didattica e l’educazione siano efficaci?

    Sì sono d’accordo: bisogna essere creativi. Ed è necessario saper utilizzare un certo tipo di comunicazione. Non per forza quella degli adolescenti, perché la nostra è un'istituzione e quindi bisogna avvicinarli ad un linguaggio più alto e più curato, ma saper comunicare significa saperli ascoltare, sapersi avvicinare a loro.


  • Qual è la cosa più importante che ti ha insegnato un personaggio teatrale e come la trasmetti ai tuoi studenti?

    Una caratteristica che proprio non mi piace nelle persone è l’indifferenza e quindi spero che i miei alunni non siano mai indifferenti in generale nella vita, non solo nella scuola. Un personaggio che proprio non è indifferente è Antigone. Con le sue parole e con le sue azioni dà espressione alla propria volontà. Mi ha insegnato e spero di trasmettere questo: bisogna far sentire la propria voce. Bisogna differenziarsi dalla massa ed essere scomodi, perché gli ignavi li lasciamo nell’Antinferno.

 

  • E, invece, qual è l’insegnamento più sorprendente che ti ha lasciato uno studente?

    Mi hanno insegnato, in generale, che bisogna avere fiducia verso le nuove generazioni. Al di là degli stereotipi che associamo ai giovani, questi ragazzi hanno una sensibilità spiccata che, se coltivata in un certo modo, può dare dei frutti.

 

  • Se tu potessi lasciare ai tuoi studenti una lezione teatrale, una sola, quale sarebbe?

    La mia lezione sarebbe quella di dare importanza a ciò che si vede. Cioè sapersi porre di fronte agli altri in un certo modo. Quando ci si pone in un certo modo si riesce ad essere autentici e a far trasparire qualcosa della propria reale essenza. Vorrei che imparassero il valore dell’apparenza, inteso come apparire consoni al contesto, ma soprattutto coerenti con il proprio essere.

 

  • Nelle tue lezioni l’uso del teatro non è semplice linguaggio espressivo, ma una vera e propria metodologia di apprendimento. Quali processi cognitivi e relazionali ritieni che si attivino quando gli studenti imparano attraverso l’azione e l’esperienza sensibile?

    Si impara il problem solving. Gli studenti si trovano di fronte a compiti inusuali. Quando ci si trova a dover gestire una richiesta diversa dallo standard bisogna trovare soluzioni non convenzionali. Questo va di pari passo con lo sviluppo del pensiero divergente. Inoltre, la terza grande competenza che stimola è la condivisione; quindi, mettersi nella condizione di relazionarsi con l’altro per raggiungere uno scopo comune, trovando compromessi oppure assumendo il ruolo di leader. A volte serve anche quello.

 

  • Le metodologie "attive" rischiano talvolta di essere scambiate per attività più divertenti. Come fai a far sì che il coinvolgimento degli studenti non sia il fine, ma il mezzo attraverso cui costruire apprendimenti significativi?

    Non utilizzo le metodologie attive come un sostitutivo della spiegazione, bensì come mezzo per consolidare le conoscenze e le competenze richieste in ambito scolastico. In una classica unità didattica preferisco spiegare i contenuti attraverso una lezione frontale partecipata, abbastanza standard, e poi in seconda istanza introdurre la dimensione attiva, in cui i protagonisti diventano gli studenti.

 

  • Sei diventato il prof che volevi?

    Non si è mai il prof che si vuole essere. Nella Medea di Seneca c’è un verso che dice che Medea arriva ad essere se stessa quando compie l’atto estremo. L’insegnante non potrà mai dire "nunc sum", ma ogni giorno passato a scuola è un tassello che lo avvicina a quel “nunc sum”.

 

  • Ok, siamo arrivati alla fine… ora tu, Lorenzo, per par condicio o per vendetta, puoi fare una domanda a me…

(sorride) Quale pensi possa essere il modo più efficace per introdurre e usare la pratica teatrale nella didattica quotidiana?

Secondo me, il modo migliore è quello di rendere i personaggi, raccontati dalla letteratura o dalla storia, alla portata dei ragazzi e quindi una semplice lettura può diventare, con un solo cambio di voce, un modo per prendere per mano lo studente e portarlo dentro un mondo fantastico in cui potrà capire il perché di tante cose che ancora non riesce a spiegarsi del mondo…


Sono obbligata ad interrompere la vostra lettura, per raccontarvi di come l'intervista si sia trasformata in una conversazione piacevolissima e per anticiparvi ciò che mi ha restituito la bellezza conoscitiva di questo incontro: Lorenzo ha voluto saperne di più e perciò mi ha fatto un'altra domanda e questo è ciò che più mi ha colpita e più terrò stretto del nostro dialogo, la genuina curiosità. Lorenzo mi guarda e poi...

 

  • La mia irrefrenabile voglia di chiacchierare mi porta a farti una seconda domanda, Annalisa: se non sono indiscreto, qual è la tua tragedia preferita?

    Non ho una vera e propria tragedia preferita, ma ritengo che Antigone sia quella più moderna. Ce lo dimostra la storia di Ilaria Cucchi, per esempio, che non si è arresa nel processo per vendicare la memoria di suo fratello Stefano e che come un’Antigone dei giorni nostri ha combattuto e ha portato alla ribalta un tema importante: esiste una legge degli uomini più forte di una legge di natura? Ricordo che, il giorno in cui seppi della vittoria di Ilaria Cucchi al processo, pensai: "Finalmente Antigone può degnamente seppellire (chiaramente in senso figurato) suo fratello".


Il tempo che Lorenzo mi ha dedicato, l'autenticità con cui ha risposto alle mie domande e la profondità che ha messo a disposizione di questo spazio, per raccontare di sé e della scuola penso che descrivano molto più di mille parole la sua professionalità, perciò lo ringrazio di aver accettato il mio invito e di essere il primo di una serie di ospiti, che ci terranno compagnia lungo quest'estate. Non potevo confidare in apertura migliore!


Grazie come sempre di averci letti fin qui! Alla prossima!


Anna

 
 
 

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