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Storie di teatro, lezioni di vita

  • Immagine del redattore: Annalisa Carru
    Annalisa Carru
  • 20 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 26 giu

Frequentare un laboratorio teatrale, prima come allieva e poi come operatrice, mi ha regalato incontri e storie capaci di lasciare tracce profonde. In questo primo articolo desidero condividere con voi alcune delle lezioni più autentiche che il teatro mi ha insegnato.



Il corpo racconta molto più di mille parole

Il laboratorio teatrale, in particolare quello di carattere educativo, è uno dei luoghi privilegiati per liberare le proprie potenzialità espressive in un conteso sicuro e non giudicante. E' qui che si impara quanto il corpo ci metta in relazione all'altro, soprattutto attraverso una comunicazione potente ed esaustiva. Ricordo ancora la prima settimana studio che tenni in estate nel lontano 2015. Arrivò da me una bambina che, a detta della sua mamma, preoccupata, non parlava mai. In effetti, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome, eppure in quei sei giorni di training mi ha raccontato una moltitudine di cose: ad esempio, che amava sognare ad occhi aperti. La dolcezza del suo sguardo vispo e curioso mi suggeriva anche che era un'attenta osservatrice. Ho imparato che era molto delicata e che le piaceva seguire il ritmo della musica, così come correre libera e sperimentare con il corpo gesti, posture, camminate, espressioni buffe e simpatiche. In mezzo a tanta comunicazione, di lei ricordo soprattutto il sorriso. Se inizialmente i suoi occhietti bellissimi mi dicevano che viveva con ansia, pressione e senso di colpa il fatto di non esprimersi a parole, ho scoperto che bastava dirle: "Non mi vuoi dire il tuo nome? Non importa! Perché tu mi stai già raccontando un mucchio di cose su di te. Ricordati solo che quando avrai voglia di dire qualcosa, qui troverai uno spazio per pronunciare tutte le parole che vorrai e persone pronte ad ascoltarti!" Alla fine della settimana la mia dolce bambina ancora non parlava, ma a Settembre, dopo ben tre mesi, tornò a iscriversi per sostenere l'intero anno accademico. Recitò nel saggio conclusivo. Conseguì il diploma tanto desiderato. Proprio così, recitò, anzi: giocò! Perché il teatro, come suggerisce l'inglese to play, il francese jouer, è prima di tutto gioco e per giocare dobbiamo sentirci liberi di esprimerci nella nostra personalità, anche se questo significa mostrare paure, anche se questo significa rapportarsi al mondo senza parole. Sia chiaro: non sono una psicologa e quanto so di neuroscienze, educazione, pedagogia nasce da anni di pratica sul campo e da aggiornamenti di studio continui e perciò ho sempre chiarito che il mio laboratorio non è uno studio psicologico. A ognuno il proprio lavoro! Tuttavia, se non riconoscessi al teatro la sua capacità di accogliere il singolo, di valorizzarlo nelle sue peculiarità e di cambiarlo in meglio, non sarei una buona operatrice teatrale, poiché è evidente che quest'attività è salutare e di aiuto a piccoli e grandi.


"Keep calm and non lo so" è diventato il mio mantra

Da allieva prima e da insegnante poi, ho sperimentato che il non sapere incute molta paura nei ragazzi. Sarà iperbolico, e forse non tutti saranno d'accordo con me, ma noto che siamo sempre più incastrati in uno schema che ci vuole assolutamente performanti e impossibilitati all'errore, senza renderci conto che è proprio nello sbaglio che si concretizza la migliore delle occasioni: imparare! Ecco, ricordo di una lezione, in particolare, in cui chiedendo a un'allieva di improvvisare, questa mi guardò con occhi tristi e mi sussurrò: "Mi dispiace, ma io proprio non lo so". Ero spaventata, perché sapevo di avere per le mani un'occasione pedagogica significativa, ma anche particolarmente delicata. Mi affidai, io stessa con la paura di sbagliare tutto, all'istinto e rimasi stupita della mia risposta: "Non lo sai? Che fortuna! Perché da qui hai ogni strada libera e puoi scegliere quale percorrere! Non sapere è libertà di conoscere! Perciò, io e te ne prendiamo atto e se vogliamo trovare una risposta, che non sia quella giusta per forza, osserviamo ogni possibilità che si staglia al nostro orizzonte e poi decidiamo su che strada incamminarci!". Non sapere è una grandissima opportunità. Certo, ci mette di fronte alla paura di non essere abbastanza, ma è l'anticamera del viaggio, della ricerca, della fatica e della scoperta. In fondo, il teatro è un non sapere continuo. Ci allena all'imprevedibilità della vita, quando sul più bello, convinti di sapere tutto, ci troviamo di fronte a novità inaspettate. L'errore è fondamentale alla crescita. Esso è il vero motore del learning by doing, a cui la scuola ambisce come metodologia didattica ed educativa privilegiata, dimenticando però che "imparare facendo" presuppone che i ragazzi siano accompagnati a considerare in modo nuovo lo sbaglio. Altrimenti, all'efficienza di tale approccio pratico e concreto si anteporrà sempre un limite significativo: l'incapacità di accettare l'errore come parte fondamentale ed integrante del processo di apprendimento, che faticherà così a rendersi effettivo.


Il teatro è il luogo delle possibilità da cogliere, di fiori che devono ancora sbocciare, di storie ancora da scrivere. Nulla è deciso, predeterminato. Molto, quasi tutto, è affidato alla forza del singolo e del gruppo e alla voglia dei partecipanti di mettersi in gioco. Ecco, allora: una bambina che non parla, se rispettata nei suoi tempi, decide di comunicare comunque. Fra l'altro, a fine anno accademico, nessuno riusciva più ad arginare i suoi fiumi in piena di parole! Ed è così che una preadolescente ha scoperto, quasi socraticamente, che riconoscere di non sapere può essere motivo di spinta, quasi di gioia e questo perché il viaggio di scoperta può essere un'avventura di crescita entusiasmante!


Grazie di avermi letta fin qui! Alla prossima!


Anna


 
 
 

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