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La forza delle immagini, la potenza delle parole: una cena con la Prof. Cecilia Nebosi

Immagine del redattore: Annalisa Carru
Annalisa Carru
17 lug
Tempo di lettura: 7 min

Vitalità, dolcezza, allegria. Sono queste le parole con cui potrei raccontarvi dell'Uragano Cecilia: un'onda pazzesca di energia in grado di travolgere chiunque le stia accanto, per scoprire insieme i meravigliosi abissi della poesia ritagliata: un mare di immagini e parole che aspettano di essere scelte con cura, per combinarsi in un incontro magico e perfetto. E' stata una cena davvero piacevole e ho il sospetto che, lasciata ai fornelli un po' di più, Cecilia la Prof (come la chiamo, scherzosamente, da quando ci conosciamo) si riveli un'artista straordinaria anche in cucina! L'intervista che segue è stata una vera sorpresa anche per me...


  • Partiamo dall'inizio: come è nato il tuo incontro con la poesia tagliata e cosa ti ha spinto a trasformarla in una pratica laboratoriale, oltre che artistica?

    L’incontro con la poesia tagliata è avvenuto quando studiavo il caviardage, cioè un metodo in cui si prende la pagina di una rivista o di un libro e si scelgono solo le parole che piacciono, per poi eliminare tutte le altre. Questo è già un taglio che avviene su un foglio solo. Tuttavia, io ero in possesso di alcune riviste dell’Internazionale e da lì mi è venuta l’idea: tagliare le parole e le immagini per ricomporle e dare vita a qualcosa di nuovo. Tutto già esiste e tutto può avere un significato diverso a seconda di come l’artista ricompone i pezzi.

    In effetti, esiste una corrente poetica molto consistente, a Torino, da cui sono stata anche contattata. Si tratta degli Sleepers, una comunità letteraria che fa poesia visiva. Comunque, questo genere poetico ha una sua storia consolidata: è entrato in voga dopo le sperimentazioni del ’68. Il Gruppo 63 la rappresenta perfettamente, anche grazie al contributo di artisti come Nanni Balestrini di Vogliamo tutto. Ne facevano parte anche Eco e Sanguineti.

    Recentemente, a Quarona, presso lo spazio Asnusia di Francesca Comoli, che ringrazio di vero cuore per la fiducia e l’ospitalità e con la quale vorrei collaborare ancora, ho tenuto un laboratorio di poesia tagliata e per farlo mi sono ispirata a Bruno Munari e alla sua opera L’Alfabetiere. Munari componeva poesie per bambini, partendo proprio dai ritagli di giornale. Nonostante ciò, il mio modo di fare poesia è meno immaginifico rispetto a quello di Munari. Definirei il mio approccio più come una ricerca di parole che stimolino il mio gusto personale.

    Ritengo che se consideriamo la parola “educazione” secondo il suo senso etimologico, vale a dire “condurre fuori qualcosa”, allora sì, la poesia serve a tirare fuori qualcosa di noi. E, in fondo, mi piace l’idea di educare il mondo alla poesia, che significa saper apprezzare la fragilità, amare la gentilezza, sapersi prendere del tempo per sé, volere la pace.

 

  • Hai portato laboratori di poesia sia dentro la scuola sia in contesti extra-scolastici. Quali differenze hai osservato tra questi due ambienti? E quali elementi, invece, rimangono universali?

    Ho trovato un’unica differenza tra adulti e ragazzi ovvero che i primi scelgono di partecipare e quindi sono più aperti, disponibili. A scuola, dal momento che l’attività non è facoltativa, ma integrata alla didattica, alcuni ragazzi sono più chiusi. Anche se, per ovviare a ciò, io presento il corso all’ultimo mese dell’anno scolastico, perché gli studenti hanno bisogno di un pregresso relazionale che li aiuti. I ragazzi, comunque, sono molto reattivi: credo che per coinvolgerli serva soprattutto il nostro entusiasmo.


  • Essere poetessa oggi significa confrontarsi con un mondo in cui tutto sembra andare molto veloce. Che ruolo può avere la poesia nella contemporaneità? È ancora uno spazio di resistenza, di ascolto, di relazione?

    La poesia può avere un ruolo di divertimento. Può essere evasione, l’occasione per creare comunità, la possibilità di un confronto, di una discussione. La poesia è politica, come qualsiasi atto che compiamo nel mondo, perché si porta dietro la nostra immagine e la nostra identità. Un esempio di ciò è Franco Arminio, che con la paseologia predica un ritorno alla vita semplice, lenta, insomma all’umanità. La poesia, in tal senso, è certamente una forma di resistenza all’omologazione. Essa, infatti, conserva la nostra essenza.

 

  • Tu hai anche un'esperienza teatrale alle spalle. Secondo te esiste un filo che unisce teatro, poesia e arte figurativa? In che modo queste tre forme espressive dialogano tra loro nel tuo percorso?

    Sì, per quanto mi riguarda le cose sono collegate. In me trovano unione la pittura, la poesia e il teatro, soprattutto nelle opere di collage. Il filo conduttore sta nel divertimento e nel coinvolgimento che portano a vivere tanto a fondo queste passioni. Il teatro lo ritrovo maggiormente nella slam poetry: un palco, un pubblico, le mie poesie.

 

  • La poesia tagliata nasce da un gesto molto concreto: ritagliare, scegliere, sottrarre, ricomporre. Come si configura, per te, il processo creativo? Quanto conta l'intuizione e quanto, invece, il lavoro paziente di ricerca?

    Nel procedimento io vivo un coinvolgimento tale, che fin dai primi approcci alla poesia tagliata ho come avvertito una scarica. È come una febbre creativa: non avrei mai potuto fare tutto ciò, se non avessi vissuto una sorta di epifania. Intuizione e ricerca contano allo stesso modo. In me c’è un equilibrio tra entrambe le cose. Il processo inizialmente è mosso dall’intuizione, perché quando vedo o sento qualcosa che mi ispira io comincio subito ad adoperarmi nella conseguente ricerca delle immagini e delle parole.

 

  • Quando accompagni altre persone in un laboratorio, come riesci a creare uno spazio in cui ciascuno si senta libero di esprimersi senza il timore del giudizio? Quali condizioni ritieni fondamentali perché possa nascere una parola autentica?

    Nel mio laboratorio sono riuscita a sospendere il giudizio, leggendo ai partecipanti qualcosa di molto divertente e godibile: il giudizio, infatti, molto spesso nasce dal fatto di sentirsi inadeguati di fronte a qualcosa di aulico. Io credo che la poesia stessa spinga a trovare la bellezza dell’autenticità, per cui anche il dolore viene sublimato dalla bellezza. Per questo, all’inizio del laboratorio suggerisco alle persone di non badare alla forma, ma di lasciarsi guidare dal processo creativo, che ci connette alla nostra autenticità. Solo successivamente si può rielaborare quel materiale, perché rispecchi ciò che ci appaga a livello estetico.

 

  • Nella tua esperienza di insegnante, in che modo i laboratori di poesia hanno modificato le dinamiche relazionali della classe? Hai osservato cambiamenti nel modo in cui gli studenti si ascoltano, collaborano o affrontano l'apprendimento?

    Dunque, il primo anno che ho svolto un laboratorio di poesia in classe ho fatto in modo di strutturarlo come un vero e proprio progetto: i ragazzi hanno costituto un loro gruppo poetico, al quale hanno dato un nome, hanno addirittura costruito un blog e creato un libro. Tutto ciò ha avuto un grande impatto sul gruppo classe, soprattutto perché ha consentito l’emersione di lati inaspettati degli studenti. In particolare, di quei ragazzi che solitamente sono più ai margini. L’attività ha certamente implementato la motivazione dei ragazzi, che è alla base dei successi sia nell’ambito del profitto che in quello delle dinamiche relazionali.

 

  • Ti è capitato di vedere studenti che attraverso la poesia sono riusciti a raccontare parti di sé che difficilmente sarebbero emerse con altri strumenti. C'è un episodio che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

    Sì, ci sono diversi episodi che mi sono rimasti nel cuore. Ad esempio, ricordo di una ragazza che ha approfittato della poesia per stabilire con me un primo contatto di fiducia e per confidarmi cose importanti: subiva violenze domestiche da parte del padre e nel lavoro poetico aveva trovato un canale di comunicazione efficace e protetto.

 

  • Fare poesia tagliata ha cambiato anche il tuo modo di stare in classe e di relazionarti con gli studenti? In che modo questa pratica ha influenzato il tuo essere insegnante, oltre che artista?

    No, non credo che fare poesia tagliata abbia cambiato di molto il mio modo di insegnare e questo perché io faccio poesia da quando avevo quindici anni. È talmente tanto parte di me che già la porto in ogni cosa che faccio, anche nell’insegnamento.


  • Le tue opere sono il risultato di un dialogo tra immagini, parole e materiali. Che rapporto hai con ciò che crei? Una volta conclusa un'opera, senti che ti appartiene ancora o inizia una vita nuova nello sguardo di chi la incontra?

    Di fatto, sento che certe opere mi appartengono più di altre. Alcune mi sembrano che vivano di per sé: mi appaiono incomplete, inadatte, come se avessero una vita parallela. Queste ultime, magari, stanno in un cassetto. Non le mostro. Tuttavia, non posso non riconoscere loro un valore. Del resto, ci sono alcune poesie che a me non dicono molto, ma agli altri comunicano qualcosa di importante.

 

  • Molti vedono l'arte come qualcosa 'per pochi'. I tuoi laboratori sembrano invece suggerire il contrario: che tutti possano abitare un gesto poetico. Se avessi a disposizione una battuta teatrale, cosa diresti a chi è convinto di 'non essere creativo'?

    Una battuta semplice ed immediata: “Alzati e cammina!”

 

  • Per concludere, se dovessi immaginare una scuola in cui poesia, teatro e arte fossero parte integrante del quotidiano, come la descriveresti? Cosa cambierebbe, secondo te, nel modo di imparare e nel modo di crescere insieme?

    La mia scuola con teatro, poesia e arte sarebbe molto simile al mio martedì sera alla Marmellata Jam, uno spazio di slam poetry dove mi esibisco a Torino.

    Secondo me, la scuola è già ponderata al millimetro nel suo rapporto tra offerta didattica e orario di svolgimento delle lezioni. Perciò, ritengo che si debbano incentivare i laboratori in orario extra-scolastico. Per quanto riguarda il teatro, invece, credo che dovrebbe rientrare a tutti gli effetti tra le discipline del curriculum scolastico. Ha una funzione educativa molto ampia.

 

  • Ora Cecilia, per par condicio o per vendetta, puoi fare tu una domanda a me…

    Ok, allora, Anna, qual è la tua percezione personale delle mie opere?

    Dunque, dire che le tue opere sono “bellissime” sarebbe riduttivo, tale è il peso dei loro messaggi e la forza con cui sei in grado di trasmetterli. Amo i tuoi lavori che sono un binomio fortissimo tra forza visiva e potenza della parola e soprattutto, da grande fan dell’ermetismo, sono attratta dalla tua capacità di sintesi: pochissime parole, immagini accuratamente scelte per trasferire concetti densi e profondi. La tua poetica è esattamente come vorrei che un giorno fosse definito il mio modo di scrivere e dirigere gli spettacoli: dirompente!

    Infine, credo che tu dovresti tenere molti più laboratori di poesia tagliata: da fruitrice, posso dirti che ho trovato uno spazio di espressione libera, connotato di grande rispetto e molto stimolante. Da operatrice che offre laboratori, sei stata per me una fonte di ispirazione: semplicità, competenza, disponibilità, ciò che non dovrebbe mai mancare ad uno spazio creativo di crescita ed educazione. Ora, però, dopo questa captatio benevolentiae, mi regali una tua opera, vero?


Se l'intervista già restituisce la passione con cui Cecilia si adopera nella poesia, vi posso dire che è nulla di fronte ai suoi occhi: si illuminano letteralmente quando parla dei suoi lavori e questo di certo influisce sulla bellezza delle opere che compone. Se volete vederle, non vi rimane che visitare il suo sito: vi aspetta una galleria nutrita di poesie tagliate tutte diverse, speciali, in una sola parola uniche esattamente come la loro poetessa!



Grazie come sempre per averci letti fin qui! Alla prossima!


Anna

 
 
 

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