Viaggio nel meraviglioso mondo della musica tra gioco ed educazione: un caffè con Nino Bonaccorso

Se è vero che gli angoli di una casa raccontano il suo proprietario più di mille parole, allora il living di Nino Bonaccorso lo rispecchia totalmente. Un luogo ampio, caldo, accogliente con un grande tavolo intorno al quale sedersi per lunghe e profonde conversazioni, ma soprattutto una maestosa batteria che cattura lo sguardo di chi arriva e si lascia ricordare in tutta la sua bellezza. Questo è stato un caffè davvero speciale. Nino mi accoglie nella sua casa e mi avverte: "Io non mi esprimo in termini tecnici. Ascolto ciò che si muove dentro di me ed è secondo quello che mi trovo a rispondere". Mai avvertimento fu più veritiero. Quest'intervista è solo una parte di un viaggio molto più lungo e denso di immagini, sentimenti, considerazioni che hanno poco del lessico di settore, ma raccolgono le significative parole dell'esperienza, che è prima di tutto emozione. Spero che questo articolo vi restituisca tutta l'autenticità di chi ama la musica, poiché è la sua ragione di vita.
Musicista, insegnante di batteria, musicoterapeuta. Tre identità diverse che convivono nella stessa persona. Quale senti che ti rappresenta di più e perché?
Il musicista mi rappresenta di più, perché io arrivo da una famiglia di musicisti. Ho iniziato a sei anni, suonando la chitarra. A otto, ho cominciato ad esibirmi in pubblico, con mio nonno, presso le locande. Lui suonava il mandolino e andava ad orecchio. Devo a mio nonno il mio incontro con la musica. Lui aveva capito che ero portato e così mi iscrisse alla scuola elementare di Bornate, benché io fossi di Serravalle. Lo fece all’insaputa dei miei genitori, in modo che io vivessi a casa sua e lui potesse insegnarmi a suonare. Quell'anno, quando tornammo dalle vacanze in Sicilia, mio papà non sapeva di questa cosa, ma alla fine la accettò di buon grado.
Quando hai capito che la musica non sarebbe stata soltanto una professione, ma anche uno strumento per entrare in relazione con gli altri? C'è stato un momento decisivo nel tuo percorso?
L’ho capito quando facevo quinta elementare. Portando con me la chitarra, ero diventato il fulcro della mia compagnia al doposcuola. Avevo capito che questo era il mio punto di forza nelle relazioni. Poi ho iniziato a frequentare le scuole medie. In quel momento la mia adolescenza stava cominciando e io mi sono un po' "rilassato" dal punto di vista musicale. Così, nel tentativo di incentivarmi, mio papà mi comprò una tastiera. Tuttavia, potendo suonarla solo a casa, in quel momento avevo perso un po' il legame tra la musica e le relazioni.
Insegnare musica significa trasmettere una tecnica oppure accompagnare una persona nella scoperta di sé?
Io penso che insegnare musica rappresenti entrambe le cose. Nella mia esperienza ho avuto occasione di conoscere ragazzini che volevano fare davvero i musicisti e ragazzini che, invece, erano spinti semplicemente dai genitori. Sono percorsi diversi, certo, ma entrambi sono legati alla propria crescita e all’autostima. Ritengo, infatti, che siano importanti entrambi gli aspetti e questa è una consapevolezza che ho maturato nel tempo. In tal senso la musicoterapia mi è stata utile per capire la differenza le due cose, anche se per me rimangono comunque collegate.
Come si tiene insieme la competenza artistica con la dimensione educativa?
Io credo che siano due aspetti connessi fra di loro. Sono l’uno la conseguenza dell’altro. La musica dà emozioni che la persona non comanda può semplicemente vivere. Ognuno, poi, le manifesta a modo suo. Quindi, è l’esperienza della musica che aiuta a formarsi sia tecnicamente che come persone.
La musicoterapia ti mette di fronte all'ascolto dell'altro. In che modo questa esperienza ha cambiato anche il tuo modo di fare musica e di insegnarla?
Quando mi sono interessato alla musicoterapia non volevo esercitare la professione, ma ho voluto comunque frequentare il corso, per conoscere meglio me stesso attraverso la musica, che è il centro della mia vita. Mi ha messo di fronte ad aspetti, che in fondo sapevo fossero presenti dentro di me, ma non riuscivo a esprimere. Frequentare questi due anni di corso è stato bellissimo, perché mi sono trovato con dei perfetti sconosciuti e ciò all'inizio mi ha spaventato, ma poi mi ha dato una grande carica, soprattutto perché si è costruito fin da subito un legame meraviglioso. La musicoterapia si divide in due rami: ricettiva e attiva. La ricettiva è basata sull’ascolto e l’attiva nella produzione del suono. Io mi formavo su entrambe le cose e questo mi ha decisamente cambiato come insegnante, perché mi ha aiutato ad ascoltare e a capire l’allievo. Mi ha aiutato a comprendere cosa volesse chi avevo di fronte. Noi siamo lì per tutti, sia per chi vuole diventare un musicista, sia per chi è semplicemente affascinato da uno strumento. Questo è stato anche un percorso che mi ha molto cambiato nell’ascolto di ciò che produco. Per esempio, mi ha aperto un mondo pieno di colori relativo alla batteria. Mi sono reso conto che da lì ho sviluppato una maggiore inclinazione all'ascolto dell’ensemble e che ora sono portato a scegliere ciò che mi trasmette un’emozione. Non privilegio più la sola tecnica. Studiare musicoterapia mi ha aiutato nella scoperta del mio gusto personale, cioè il piacere di ricercare, quando suono, nuove sonorità che mi incuriosiscano e mi piacciano.
Viviamo in una società piena di rumori ma spesso povera di ascolto. Pensi che educare alla musica significhi, prima di tutto, educare all'ascolto?
Sì, assolutamente sì. Bisognerebbe fare in modo che la musica entri come propedeutica fin dai primissimi gradi scolastici. Certo, si fanno dei progetti esterni finalizzati a questo, ma secondo me le ore messe a disposizione non sono sufficienti. Il Ministero dell’Istruzione dovrebbe pensare di agire più concretamente in tal senso, perché la propedeutica musicale aiuta l’ascolto. La relazione che c’è tra l’emissione del suono e il movimento che il bambino agisce perché si produca il suono stesso è il primo passo per l'educazione all’ascolto. Di fatto, questo è il principio per capire che da ogni azione individuale scaturisce una conseguenza e quindi per comprendere che ognuno può influenzare la realtà e che possiamo costruire qualcosa insieme agli altri, perché tutto è contaminazione e tutto è musica.
Molti ragazzi vivono la musica soprattutto come consumo: playlist, cuffie, algoritmi. Che differenza c'è, secondo te, tra ascoltare musica e fare esperienza della musica?
Per me entrambe le cose stanno sullo stesso piano. Perché l’ascolto della musica è comunque un fare esperienza attiva della musica. È il motivo per cui la musicoterapia si divide in semplice ricettiva e in attiva.

Le arti vengono spesso considerate discipline "complementari" nella scuola. Tu che attraverso la musica stai molto a contatto con le persone, quale ruolo pensi dovrebbero avere la musica e, più in generale, i linguaggi artistici nella formazione dei giovani?
Credo che le arti dovrebbero assumere un ruolo centrale nella formazione dei ragazzi. Ritengo che le discipline artistiche contribuiscano allo sviluppo dell’individuo, aiutandolo nell'accrescimento dell’autostima e nel potenziamento delle sue capacità relazionali. Aiutano a conoscersi, a rimanere fedeli a sé stessi e a fare affidamento sulla propria personalità, ma soprattutto sulla propria autenticità. Aiutano ad essere convinti dei propri mezzi e delle proprie potenzialità. Tuttavia, le arti non dovrebbero rappresentare un percorso obbligato, piuttosto dovrebbero configurarsi come un'offerta della scuola messa a disposizione degli studenti, perché loro possano sperimentarsi in diverse attività e scegliere quella che ritengono più adatta per sé stessi. Ciò permetterebbe alla comunità educante di trasmettere positivamente l'idea che ognuno ha proprie capacità e specifiche peculiarità, che ci rendono tutti diversi e unici rispetto agli altri, favorendo così la pluralità espressiva.
Recentemente hai collaborato, per la prima volta, alla creazione dei brani per uno spettacolo teatrale scolastico incentrato sulla Divina Commedia. Che cosa ti ha lasciato l'incontro con il teatro?
Non trovo parole esaustive per definire l’energia, la felicità di questi ragazzi e ciò che tale esperienza mi ha lasciato dentro. Ho riscontrato una sinergia tra musica e recitazione che è fantastica. Credo che la mia presenza sia servita più a me stesso che ai ragazzi: ho messo tutti i dati che potevo raccogliere da questo percorso nella mia biblioteca personale e ciò mi ha arricchito molto. Ho sentito di aiutare i giovani tramite qualcosa che li stimola soprattutto in termini di autostima. La cosa bella è che pur non avendo alcuna esperienza di teatro alle spalle, mi sono trovato in situazioni che mi sembravano già vissute. Mi sono sentito protetto dalle persone che stavano lavorando con me: ho sperimentato ciò che avevo già provato con la musicoterapia, vale a dire l’importanza dell’unione.
Durante il lavoro di composizione per il teatro, hai scoperto qualcosa del tuo modo di pensare la musica che prima non avevi messo a fuoco?
Ho capito che l'intelligenza artificiale, se ben guidata, con cognizione di causa, competenze e professionalità, può essere un valido aiuto nella musica, soprattutto quando i tempi sono molto stringati e la mole di lavoro è sostanziosa. Certo, non bisogna intendere l'intelligenza artificiale come un mero sostitutivo. Dobbiamo stare al passo con i tempi non farci sostituire dalla tecnologia. Un'altra cosa che mi ha sorpreso è che la musica ha creato un’energia palpabile nell'intero gruppo di lavoro. Se solo penso che anche chi non doveva cantare per lo spettacolo ha imparato le canzoni e ha, a modo proprio, partecipato alla parte musicale, comprendo una volta di più la forza dei ragazzi, ma soprattutto il potere che la musica esercita su di loro.
Se dovessi descrivere con una sola parola il rapporto tra musica ed educazione, quale sceglieresti?
Scelgo la parola “semplicità”.
E quale storia personale racconteresti per spiegare questa scelta?
Io nasco come una persona molto timida. Facevo fatica ad esibirmi in pubblico, ad esempio. Il fatto di aver svolto un corso di musicoterapia mi ha fatto crescere sotto questo aspetto. E mi ha fatto capire che la semplicità è un concetto fondamentale. La semplicità sta nella separazione tra pregiudizi sociali e ascolto autentico di noi stessi e degli altri. Nell’ascolto autentico, ci rendiamo conto che bastano cose piccole per provare emozioni molto grandi. E così ho capito: la semplicità è, ad esempio, la bellezza del linguaggio non verbale, che nasce spontaneo e senza filtri, esperienza che si traduce nella semplicità di essere noi stessi.
E il teatro con i ragazzi mi ha confermato questa convinzione in cui io già credevo da tempo.
Che cosa speri rimanga, negli allievi che incontri, quando le lezioni finiscono e la tecnica passa in secondo piano?
Vorrei che di me rimanesse il mio senso di libertà nell’approccio alla musica. Quando un ragazzino arriva da me per imparare a suonare la batteria la prima cosa che faccio è farlo avvicinare allo strumento. Farlo giocare con la batteria. I ragazzi hanno bisogno non solo degli esercizi tecnici da svolgere a ripetizione, ma anche di creare una relazione ludica ed emotiva con lo strumento. Quando intervengo su un ragazzo che suona in libertà chiarisco che lo faccio perché ci sia un miglioramento e non per stravolgere qualcosa che è spontaneo, naturale.
E, dunque, qual è l'eredità educativa che vorresti lasciare attraverso la musica?
Io vorrei lasciare ai ragazzi la mia gratitudine verso di loro, perché frequentarli mi fa capire quanto conti un’arte come la musica o come il teatro per diventare grandi.
Questa è stata la tua prima esperienza di lavoro per il teatro. Che cosa ti ha colpito di più dell'incontro con questo linguaggio?
Mi ha colpito molto la pedagogia del teatro. Vale a dire i giochi preparatori che servono per allenare le competenze espressive. Ho rivisto molto della propedeutica che affronto nel mio lavoro.
Hai scoperto un modo diverso di pensare la musica, quando è chiamata a dialogare con la scena e con gli attori?
Fare musica per il teatro è dare un completamento a ciò che l’attore vuole trasmettere. Ma soprattutto è un dialogo attivo e rispettoso tra regia e drammaturgia. E infatti: ho dovuto seguire molto le prove per capire la direzione del testo e nel mio lavoro ha contato tantissimo la sinergia umana tra le parti coinvolte proprio per questo.
Ora, Nino, per par condicio o per vendetta, puoi fare tu una domanda a me…
Ok! Annalisa, quando io sono arrivato con il mio lavoro musicale nel progetto di teatro sulla Divina Commedia come ti sei sentita, anche nell’avere meno attenzione?
All'inizio, essendo una persona che tiene molto a ciò che fa, ero spaventata: non avevo mai coordinato il lavoro di un compositore musicale, perché intervenisse in un mio allestimento. Sentivo la responsabilità di chi deve essere il perno artistico di una rete molto complessa, in cui sono di fondamentale importanza l'armonia e la coerenza tra direzione d'attore, concept visivo, drammaturgia e linguaggio sonoro. Mi chiedevo se ce l'avrei fatta a coordinare tutte queste parti che sono fondamentali. Poi, ho avuto modo di ammirare il tuo lavoro, fatto prima di tutto di partecipazione discreta, attenta osservazione, grande impegno e così ho capito che la parte musicale avrebbe rappresentato un quid interessante sia dal punto di vista educativo che dal punto di vista scenico. Per altro, non credo che tu mi abbia tolto attenzione. Al contrario, hai sempre mostrato grande rispetto per il mio ruolo, per il mio lavoro e quando sei intervenuto nella parte teatrale hai saputo dare maggiore chiarezza e profondità ai miei interventi, consolidando quell'autorevolezza che vado cercando nell'insegnamento dell'arte drammatica. Conservo un ricordo meraviglioso di questa esperienza anche e soprattutto per il rapporto di rispetto e stima reciproca che si è venuto a creare.

Mi credete se vi dico che vorrei trovare per questo articolo una chiusura intelligente, brillante e sono in difficoltà mentre chiudo il pezzo?
Allora, concludo con una parola che diciamo troppo poco e racchiude il senso più profondo di questo incontro così significativo per me, come persona e come professionista. La parola è "GRAZIE".
Grazie a Nino per non essere stato semplicemente un tecnico.
In una società che tende a misurare tutto, a incasellare ogni cosa in una definizione scientifica precisa, un approccio emozionale rappresenta una controtendenza che dovremmo seguire più spesso. Perché Nino ha proprio ragione: la semplicità delle piccole cose è in grado di regalare emozioni e insegnamenti infinitamente grandi.
Grazie come sempre di averci letti fin qui! Alla prossima!
Anna




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