Oltre il sipario, dentro la comunicazione: il mio viaggio teatrale nel mondo della mediazione scolastica.

La conduzione di laboratori teatrali educativi mi fa incontrare i principali attori del sistema scolastico: alunni, docenti e genitori. Confrontarmi con loro mi permette di osservare le stesse dinamiche da punti di vista completamente diversi e di ricordare, ogni volta, quanto sia utile il gioco teatrale di vestire i panni degli altri per leggere più a fondo e ampiamente la realtà circostante. Ognuno di noi ha un suo punto di vista. Ciò è assolutamente naturale, ma spesso è proprio l'indisponibilità ad ascoltare quello degli altri a generare crepe relazionali che, se trascurate, diventano vere e proprie voragini. I primi ad esserne svantaggiati sono proprio coloro che più dovrebbero beneficiare del sistema scolastico: i ragazzi. È la voglia di indagare cosa si celi nel buio di una crepa, la curiosità di capire se anche nei rapporti è possibile mettere dell'oro per ricongiungere due lembi distanti, che mi hanno spinta verso la mediazione scolastica. Venite con me: vi racconto questo viaggio tra competenze teatrali acquisite e nuove conoscenze ancora da sperimentare...
Non saprei dire, con esattezza, quando ho deciso che avrei studiato per diventare mediatrice scolastica, ma ricordo distintamente che per mesi questo pensiero mi ha tenuto compagnia. Ricordo bene le occasioni in cui lo sfogo di un genitore, la confidenza di un insegnante o il racconto di uno studente mi hanno spinta a domandarmi se l'intervento di un professionista esterno avrebbe facilitato situazioni estremamente complicate. Molto spesso mi sono trovata a rispondermi di sì: l'aiuto di una persona estranea ai fatti, ma competente nella pratica comunicativa, avrebbe certamente giovato, prima di tutto alla relazione fra le parti.
Credo proprio che tutto sia nato così: semplicemente, dalla voglia di approfondire ciò che il teatro mi aveva già insegnato sulle interazioni verbali e non verbali e sulle loro conseguenze dirette nei rapporti umani. Soprattutto, il desiderio di diventare mediatrice scolastica si è fatto più chiaro quando ho colto, per l'ennesima volta, la grandezza ed il potenziale del teatro esercitato in qualità di dispositivo pedagogico. Ho capito, allora, che lo studio della mediazione mi avrebbe resa un'operatrice teatrale più consapevole e maggiormente d'aiuto nelle mie proposte alle scuole.

È stato un percorso di studi significativo per me. Avevo appena terminato un anno didattico molto intenso e, in un'estate dalle temperature decisamente troppo elevate, nel pieno del lavoro organizzativo in vista della stagione ventura, mi sono detta: 'Perché non aggiungere un bel percorso di formazione con tanto di esame conclusivo? '. Ho passato, quindi, pomeriggi interi, sabati e domeniche davanti al ventilatore a prendere appunti, ripetere articoli di legge e ripassare teorie psicopedagogiche; ma soprattutto ho vissuto momenti introspettivi, dei quali sarò sempre grata al percorso per profondità e arricchimento.
Lo studio della mediazione non è una mera raccolta di nozioni. Al di là delle indicazioni fondamentali per la pratica professionale – come la costruzione del setting, la progettazione di un intervento, gli step del confronto e i percorsi per prevenire il conflitto aggressivo – studiare mediazione significa ritrovarsi soli con se stessi. Vuol dire sperimentare su di sé molte delle pratiche consigliate e mettersi in gioco davvero in un continuo esercizio di autoanalisi, nel quale la semplice onestà intellettuale diventa un'arma potente, che non fa sconti a nessuno.
Sono entrata nelle mie crepe. Sono andata a fondo nel buio delle mie difficoltà comunicative e relazionali. Non è stato un viaggio semplice, tutt'altro! Osservarsi ed ascoltarsi così attentamente significa prendere atto di pensieri automatici radicati di cui spesso non si è nemmeno consapevoli. Tuttavia, essi sono la base su cui stabiliamo moltissime delle nostre decisioni, anche quelle di rilevante importanza. Si tratta di schemi fissi e apparentemente immutabili che tutti, anche i mediatori, portano con sé. Quegli stessi schemi che ogni professionista della comunicazione e delle relazioni deve tenere in conto e saper riconoscere senza emettere giudizio, perché è quasi sempre questa fissità a impedire l'avvicinamento emotivo, obbligando le parti coinvolte a rimanere aggrappate alle proprie idee, senza possibilità di incontro.
Dopo tanto studio ma, soprattutto, tanta autoanalisi faticosa, un mercoledì mattina mi sono detta: 'Ok, sono pronta! Proviamo a dare questo esame'. Il tutto si è concretizzato in quattro pagine fitte di progettazione nelle quali il teatro, pur non avendo previsto alcun gioco o attività di laboratorio per quel percorso specifico, trasudava da ogni riga. Parole come 'ascolto', 'sguardo', 'attenzione', 'cura dell'altro', 'problem solving' e 'collaborazione' si sono susseguite, ripetute, e mi hanno ricordato che per molti anni ho portato avanti un compito fondamentale del mediatore: la prevenzione. Vale a dire, l'educazione dei bambini e dei ragazzi alla scelta di un lessico adeguato al contesto, di un volume e di un colore di voce che favorisca scambi sereni e fruttuosi, la legittimazione di ogni stato d'animo e di ogni emozione – a patto che il dialogo rimanga aperto e rispettoso – e la sospensione del giudizio gratuito, che limita la libera espressione di se stessi, provocando solo disagio e distanza.
Proprio pochi giorni fa, chiedevo ai bambini del laboratorio accademico (extrascolastico) di condividere una regola fondamentale, secondo ognuno di loro, per una convivenza piacevole e produttiva. Uno dei ragazzi mi ha detto: 'Non ci si deve arrabbiare!' e io scherzosamente ho risposto: 'E quando l'avrebbe varata questa legge il Governo? Io non ne so nulla!'. Perché la verità è che incentivare i bambini a fare una selezione delle emozioni equivale a lasciarli soli nel momento più delicato: ovvero quando, inevitabilmente, si troveranno a viverle e a doverle affrontare.

'Ti ricordi quando al saggio di fine anno hai vestito i panni di quel pilota arrabbiato?' gli ho chiesto – 'Sì, certo!' – 'Ecco - ho proseguito - la sua storia ci insegna che è naturale arrabbiarsi per ciò che ci intimorisce, per ciò che avvertiamo come una minaccia o come un'ingiustizia subita; ma che è possibile tendere una mano e ascoltare attentamente ciò che l'altro ha da dirci. Possono essere le sue scuse o, più semplicemente, le sue ragioni. È comunque qualcosa di suo, che può aiutare noi a dire, poi, qualcosa di nostro. E lì avviene già un incontro!' – 'È vero - mi ha risposto con un grande sorriso - la scena finiva con loro due che si abbracciavano!'.
Io, autrice del testo e regista dello spettacolo, quel macroscopico 'dettaglio' (sono volutamente ironica) di un abbraccio nemmeno lo ricordavo. Forse perché mi sono abituata alla ben più reale e fredda stretta di mano (quando c'è) e, conoscendo la difficoltà di un saluto al termine di una confronto acceso, ritengo già quello un enorme successo.
Il teatro ci permette di fantasticare, certo, di sognare che se un pilota d'aereo ti caccia da casa sua, proprio quando hai bisogno di aiuto, saprà comunque tornare, nell'economia drammatica di tre minuti (?), a quell'umanità che ti fa abbracciare chi è fragile. La vita, sicuramente, non è tanto edulcorata, ma il teatro è anche il mezzo più potente che io conosca per leggere la realtà e comprendere che, al di là di ogni fatica, tutte le emozioni sono lecite ma la comunicazione, possibilmente assertiva, è necessaria.
Ecco, io mi sono trovata, mentre studiavo, di fronte alla bambina che sono stata e all'adolescente che sono diventata e oggi, da donna, in tutta onestà, posso solo dire di trovarmi all'inizio del mio cammino come mediatrice certificata e l'essere umano che è in me ha ancora tantissime cose da riparare e da imparare.
Spesso, quando penso a tutte le conoscenze di cui dispongo ora in termini di comunicazione efficace, gestione sana delle relazioni, mi sento come quegli pneumologi che invitano a non fumare e poi fanno fuori pacchetti di sigarette a profusione o come quei diabetologi che raccomandano uno stile alimentare sanissimo, ma hanno l'abbonamento alla colazione in pasticceria. Attenzione: non si tratta di banale incoerenza! Sarebbe superficiale liquidare la complessità psicologica ed emotiva che si cela dietro questi comportamenti, riducendola a una categoria di comodo, sempliciotta e riduttiva. Direi che queste scelte sono piuttosto espressione di una reale difficoltà: essere delle "persone" con i propri pregi, ma anche i difetti, i limiti, i traumi, gli schemi di cui siamo schiavi tutti, chi più chi meno: è chiaro! Dunque, non so dire che mediatrice scolastica sarò. Al tempo e alle persone, che mi impegnerò ad aiutare, spetterà l'ardua sentenza!
Mi piacerebbe, però, e di questo ne sono certa, diventare una 'mediatrice teatrale': riutilizzare molti dei giochi di laboratorio come si usa l'oro nel kintsugi, perché una crepa negativa diventi invece il segno originale, vistoso, di una ripartenza dentro a una storia che non sarà mai uguale a quella di qualcun altro. Una vicenda che può tuttavia farsi portavoce di un messaggio universale: 'Puoi tenere un vaso rotto o puoi correre il rischio di rimetterne insieme i cocci e vederlo diverso, certo, ma forse più bello, no? Sicuramente più vissuto. Più vivo. Più tuo.'
Sarebbe un'ottima sintesi tra ciò che è realmente plausibile e ciò che è fantasiosamente auspicabile.
Grazie, come sempre, per avermi letta fin qui.
Alla prossima!
Anna




Grazie Annalisa!
Buon cammino.
Sarò attenta a leggerla e a vivere altri tempi come questo appena vissuto!
Grazie.
A presto
M. T.