Venticinque anni di Mano d'Opera: quando il teatro racconta il territorio. Un caffè con Graziano Giacometti.

L'Associazione Culturale Mano d'Opera ha recentemente festeggiato un compleanno molto importante: venticinque anni. Un quarto di secolo in cui Mano d'Opera si è spesa per diffondere la cultura teatrale e per rendere protagonista il territorio valsesiano, con le sue tradizioni e le bellezze di cui è depositario. Ho voluto fortemente fare un regalo a questa realtà, che tanto ha dato alla Valsesia, e perciò ho l'onore ed il piacere di intervistare il mio primo insegnante di teatro, Graziano Giacometti, perché possa raccontarci la storia di un'associazione nata e cresciuta secondo passione e con una precisa e nobile finalità: mantenere viva la memoria delle nostre radici, perché anche questo è fare teatro educativo.
Graziano, quando hai iniziato a fare teatro e perché?
Erano i primi anni Ottanta e ho iniziato per curiosità. La primissima volta, avevo circa diciassette anni e con un mio amico ho provato a mettere in scena il Caligola di Camus, naturalmente senza riuscirci. Prima, di teatro non mi interessavo. Poi, mi sono appassionato perché il testo di Camus era bellissimo! Più tardi, intorno ai vent'anni, sono stato coinvolto dal GTE (Gruppo Teatro Esperimento) di Borgosesia. Ho iniziato con uno spettacolo composto da tre estratti diversi: L'uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello, Che mund, mi Signur, che mund!, una commedia scritta dal regista Luciano Di Bari in dialetto fanese, tradotta e adattata al contesto valsesiano, e La tosse di Achille Campanile. Ricordo che quella serata fu addirittura trasmessa in diretta dalla rete locale di Telemonterosa.
Poco fa, hai citato Luciano Di Bari, che è stato il tuo mentore teatrale. Che ricordo hai di lui?
Di Luciano ho un ricordo ambivalente. Luciano era una persona fantastica, un regista geniale, creativo e originale. Fuori dalle prove era una persona estremamente simpatica e aperta. L'ho conosciuto che era già abbastanza anziano, eppure con i giovani riusciva ad instaurare un rapporto profondo e paritario: era uno di noi. In prova aveva, però, dei modi quasi strehleriani: esigeva che la battuta fosse enunciata così come lui voleva. Intendeva la regia come una direzione univoca e con rare possibilità di confronto. Aveva in mente un'idea e l'attore doveva realizzarla così com'era nel suo immaginario, attenendosi strettamente alle sue indicazioni, devo dire sempre puntuali e grandemente efficaci. I suoi spettacoli erano piccole opere d'arte. A differenza di molti registi era in grado di affrontare e rendere speciali opere molto diverse fra loro, spaziando dal Teatro dell'Assurdo alla commedia dei telefoni bianchi, da Jacopone da Todi a Pirandello. E' riuscito a trasmetterci un'idea di teatro "totale", facendoci comprendere che su un palco non si sale solo per far ridere, ma per trasmettere emozioni.
La passione di Luciano si era fatta strada durante la guerra. Nel suo periodo come sfollato aveva letto diverse opere teatrali, che lo avevano affascinato.
Nel 1970, approdò come regista al Liceo Scientifico di Borgosesia. Lì insegnava la moglie. E cominciò un percorso teatrale con i ragazzi, che si concluse con l'allestimento di Piccola città e Lungo pranzo di Natale, opere di Thornton Wilder.
Anche tu sei un operatore teatrale che tiene percorsi nei licei. Cosa c'è di Luciano in te quando fai teatro a scuola?
Luciano era fortemente focalizzato sull'allestimento dello spettacolo finale. Io vivo il percorso in maniera diversa. Non penso allo spettacolo, se non nell'ultima parte del percorso, quella dedicata all'allestimento. Trovo molto importante concentrarmi sul cammino formativo dei ragazzi, che è il cuore di questi progetti; far comprendere loro che ognuno di noi è indispensabile. Di Luciano regista, porto con me la sua attenzione ai tempi, soprattutto nel registro comico, e la cura del dettaglio, in particolare in tutto ciò che concerne la direzione d'attore.
Arriviamo a Mano d'Opera. Come è nata questa Associazione?
Avevo circa 42 anni e il Gruppo Teatro Esperimento era rimasto senza la sua guida, Luciano. Nel frattempo, io ho conosciuto la mia amica Clara, Maria Clara Cucchi, e insieme abbiamo scelto di costruire questa nuova realtà. Clara aveva un forte interesse per il territorio. Abbiamo cominciato con i bambini, a scuola. Allestivamo per loro spettacoli e curavamo brevi laboratori. Il primo vero spettacolo di Mano d'Opera è stato Revolver, scritto da Carlo Chiarino (uno dei fondatori dell'Associazione), che parlava del bandito Bangher. Era la storia di un bandito violento da un lato, ma molto affascinante dall'altro.
Con Mano d'Opera hai realizzato moltissimi spettacoli e laboratori. Attualmente, c'è un progetto a cui ti piacerebbe dare vita?
Mi piacerebbe creare una serie di appuntamenti dedicati alla lettura. Vorrei iniziare con Le storie di Vigata di Andrea Camilleri, un autore affascinante e originale, capace di inventare una lingua nuova. E' stata proprio Clara a farmelo conoscere. Un filo di fumo è la storia a cui sono più legato. La prima che ho letto e la prima che mi piacerebbe condividere con il pubblico.

Qual è stata l'esperienza più bella e significativa che hai vissuto lungo questi venticinque anni di Mano d'Opera?
Credo sia "Revolver". Quello, come ti dicevo, fu il primo vero spettacolo. Forse è per questo che lo trovo così bello: ha segnato l'inizio e mi ricorda il momento in cui tutto è cominciato, ma ci sono state moltissime altre rappresentazioni e iniziative che porto con me. Ad esempio, i progetti legati alla comunità Walser: Figli dei figli, sui Walser valsesiani, nato in occasione del Walsertreffen del 2007 ad Alagna e Tornanti e Ritornelli, un percorso incentrato sulle comunità Walser del Monte Rosa, che ci ha consentito di conoscere le realtà di Formazza, Macugnaga e Gressoney, oltre che le valsesiane, attraverso laboratori in loco finalizzati alla scoperta delle leggende alpine. Il tutto ha portato alla realizzazione di un cortometraggio, in parte di animazione e in parte interpretato dagli abitanti del luogo. Poi è arrivata Fra, Francesca Pastorino, e con lei abbiamo virato prima verso la Storia, raccontando alcune grandi figure femminili: Giovanna D'Arco e la Laura di Petrarca, Caterina De Medici ed Elisabetta I, Mary Shelley e il suo Frankenstein, dando sempre maggior peso alla multimedialità, inserendo in spettacolo filmati da noi realizzati. Più tardi, siamo tornati ad occuparci del territorio con il progetto I busti raccontano: Storie che hanno fatto la Storia. Un ciclo di spettacoli incentrati su quegli strani pezzi di marmo o bronzo raffiguranti perfetti sconosciuti ai più e che invece hanno da raccontare storie meravigliose. Come in una fotografia, abbiamo cercato di catturare l'anima di valsesiani illustri: Gaudenzio Ferrari e il Generale Antonini, il Marchese Tancredi Falletti di Barolo e la Regina Maria Cristina e, infine, Carlo Gaudenzio Vietti.
Rispetto alla Valsesia che ruolo ha giocato nella tua vita Mano d'Opera?
Quest'associazione mi ha aiutato a cambiare il mio rapporto con il territorio. Da ragazzo, già conoscevo la Valsesia da appassionato di montagna quale ero. La passione per il teatro, poi, mi ha fatto abbandonare la montagna e Mano d'Opera mi ha aiutato a scoprire le altre bellezze del territorio valsesiano, ancora meglio: ad amarlo con maggiore profondità, anche se io continuo a ritenermi molto di più un animale da palcoscenico.
Riprendendo a modo nostro la celebre domanda di una nota giornalista, Lei Giacometti, che animale si sente prima di salire sul palcoscenico?
(Ride) In realtà non ci ho mai pensato. Non so rispondere. Tuttavia, a pensarci bene potrei essere un gatto: pieno di energia e pronto a scattare, ma allo stesso tempo timoroso di tutto.
In venticinque anni hai raccontato molte volte la Valsesia. Ma c'è qualcosa della Valsesia che, secondo te, non siamo ancora riusciti a raccontare? Una storia, un personaggio, magari persino una ferita di questo territorio che meriterebbe di salire su un palcoscenico?.
Ci sono tantissime cose che meriterebbero di essere raccontate. Non posso che risponderti così. Ogni volta si scopre qualcosa di nuovo.
Quando si raccontano le tradizioni di un territorio piccolo come il nostro, il rischio è trasformarle in folklore o nostalgia. Tu dove metti il confine tra custodire una memoria e imbalsamarla?
Per me ogni storia del territorio deve assolutamente rimanere viva. Quindi non saprei dirti dove è la linea di demarcazione, perché fin dal principio mi do il compito di non imbalsamare nulla di ciò che andrò a rappresentare. Con Mano d'Opera, abbiamo sempre cercato di raccontare chi fosse il personaggio non cosa avesse fatto. Ciò che ci ha sempre interessati e coinvolti è l'anima del personaggio. Recitando ne I sentieri del sale, uno spettacolo incentrato sui sentieri tra Piemonte e Liguria dove si contrabbandava il sale, una cosa che ho scoperto è che nelle valli intorno al torinese ancora oggi la tradizione musicale (occitana, franco-provenzale) è particolarmente viva, perché evolve con il passare del tempo. I giovani hanno continuato a fare musica popolare, ma innovandola. Questo è il motivo per cui è ancora viva. Da noi, invece, di fatto non esiste una tradizione musicale. Sono rimaste solo alcune canzoni, lì, ferme. Non vedo una partecipazione dei giovani. Forse non piacerà, ma così è.

Mano d'Opera è nata venticinque anni fa. Se potessi far sedere in platea il Graziano di allora e mostrargli tutto quello che avete fatto, quale spettacolo gli faresti vedere? E che cosa pensi che quel Graziano ne direbbe?
(Ride) Che bella domanda! Ti dirò, al Graziano di venticinque anni fa farei vedere tutti i nostri spettacoli, sapendo che sicuramente troverebbe parecchio da ridire su alcuni aspetti e che non ne sarebbe totalmente soddisfatto. Probabilmente li riprenderebbe in mano e cambierebbe molte cose. Il Graziano di oggi è un po' più stanco e disilluso.
Se dovessi scegliere non lo spettacolo più bello, ma un singolo istante di questi venticinque anni — una battuta, un applauso, una prova, una persona dietro le quinte, persino un silenzio — quale vorresti poter rivivere per cinque minuti?
Vorrei rivivere la soddisfazione che provavo quando nella prima versione dello spettacolo su Mary Shelley e Frankenstein riuscivo a fare un totale cambio d'abito in un minuto e venti secondi circa. Mi ricordo ancora che su un foglio A4, posizionato sopra all'abito, Fra aveva scritto: "RICORDATI DI TOGLIERE LE PANTOFOLE!" (Ride tantissimo).
Fra molti anni, quando qualcuno parlerà di Mano d'Opera senza che tu sia lì a raccontarne la storia, che cosa vorresti che dicesse?
Vorrei che qualcuno dicesse che ricorda ancora gli spettacoli, le emozioni provate guardandoli.
Qual è il tuo augurio a Mano d'Opera per questi venticinque anni?
Il mio augurio è che Mano d'Opera trovi altre persone che abbiano voglia di prendersene cura, la facciano crescere e continuino a farla vivere.
Ok, Jack, ora per par condicio o per vendetta puoi fare tu una domanda a me...
Cara, Anna, quanto ti sei rotta le scatole a fare questa intervista?
Per nulla! Anzi, in alcuni momenti mi è proprio sembrato di essere lì, con te, con voi, anche se venticinque anni fa io c'ero, ma ancora non ci conoscevamo. Quando mi hai raccontato della sera in cui avete fondato Mano d'Opera, ho immaginato un grande tavolo, il foglio protocollo da atto notarile per lo Statuto e amici che sorridono mentre bevono alla salute di un gran progetto! Tanti auguri, Graziano, di cuore!
Vi confido un segreto: avrei voluto fare ancora tante altre domande a Graziano, ma ho imparato da lui una regola che ritengo fondamentale nel teatro e nella vita: il senso della misura permette di curare i dettagli più a fondo e con maggiore attenzione. Come dice sempre lui: <<Meglio poco e fatto bene, che possibilmente lasci al pubblico la voglia e l'interesse di approfondire, anziché tanto e fatto male>>. Perciò, ahimè, mi sono trattenuta, ma ho salvato in un angolo del mio pc tutto quello che vorrei ancora sapere da lui, per poterlo condividere in una nuova intervista più avanti. Quest' anno non è ancora finito e io ho intenzione di continuare a raccontarvi Mano d'Opera, alla quale personalmente devo una gran parte di ricordi felici, che custodisco nella mia valigia. E quindi...
Grazie come sempre per averci letti fin qui!
E stavolta è proprio il caso di dirlo: alla prossima!
Anna




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